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Le mandragore mandano odore

Generale

liberamente ispirato al Cantico dei Cantici , nella traduzione di Guido Ceronetti

coproduzione Movimentoinactor Teatrodanza, Comune di Pisa, Fondazione Teatro di Pisa

Prima rappresentazione 31 maggio, 1° giugno Abbazia di S. Zeno-Pisa, Rassegna di Danza 2002- Teatro di Pisa

Coreografia e regia Flavia Bucciero

Musica originale dal vivo Eugenio Colombo (sassofoni e flauti), Giovanni Maier (contrabbasso), Michele Rabbia (percussioni)

Danzatori interpreti Eva Berti, Flavia Bucciero, Ignazio Nurra, Alessandra Pugliese, Ilaria Sabatini

Allestimento Spazio e costumi Beatrice Meoni

Elaborazione immagini video Roberto Martini

Assistente ai costumi Brunella Mongiardo

Disegno Luci Gianni Pollini

I spirato al Cantico dei Cantici del Vecchio Testamento, di cui un verso ha suggerito il titolo, lo spettacolo vuole compiere una riflessione sull’amore, tentando di azzerare abitudini e luoghi comuni per partire da un’idea primordiale e totale d’amore, svincolata dai condizionamenti del mondo circostante. Un amore che può passare e trasbordare facilmente dal corpo dell’amato alla natura, agli alberi, alle montagne, ai profumi, agli odori. Un amore che non trova limiti nel corpo dell’essere amato, che non si cura del potere e del denaro. L’amore , nella sua forma più pura ed essenziale, è il più forte anello di congiunzione tra l’uomo/donna e l’universo. L’amore è dell’essere umano e al tempo stesso lo trascende: “Perché l’amore è duro come la morte … Le grandi acque non spengono l’amore, i fiumi non lo travolgono” . L’amore come equilibrio instabile e transitorio a cui l’uomo aspira, il risultato di una battaglia contro gli odi e i rancori sempre in agguato e che pure nel Cantico si percepiscono, alle spalle, agli usci, nelle strade. Amore e morte, bellezza e distruzione, caos e civiltà convivono tacitamente. Dal bestiale e primario l’uomo si libera attraverso l’amore dell’altro, fuori dell’amore c’è guerra e distruzione. Il Cantico dei Cantici ha qualcosa in sé di sublime, attraversa le epoche e in ogni momento storico acquisisce nuove risonanze: “ perché io vago come velata … come la gazzella o il cerbiatto appari sul monte che ci divide … le guardie in ronda per la città trovandomi m’hanno battuta mi hanno ferita”, qualcosa di lucidamente visionario che si illumina di senso a seconda di come lo si interroga. Il Cantico nei nostri tempi difficili da comprendere e accettare, diviene la guida per scendere a fondo nella realtà e al tempo stesso trascenderla

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